FISIOTERAPIA PER OSTEOCONDROSI: ESERCIZI UTILI
Quali esercizi sono da preferire in caso di osteocondrosi...

di | 22/10/2019

Fisioterapia per l’osteocondrosi

FISIOTERAPIA PER L’OSTEOCONDROSI

Come la fisioterapia può aiutare?

In questo articolo parleremo dell’utilità della fisioterapia per l’osteocondrosi… ma cosa intendiamo con il termine OSTEOCONDROSI?

Per “osteocondrosi” si intende un gruppo eterogeneo di lesioni non necessariamente correlate fra di loro, ma che condividono alcune caratteristiche comuni, come il fatto di colpire preferenzialmente lo scheletro immaturo, di coinvolgere la stessa struttura e la presenza di centri di ossificazione che alle radiografie appaiono frammentati, collassati, induriti e riossificati.

Possono però avere cause differenti…  Della malattia di Blount, per esempio, si sa che è una condizione ereditaria. Della malattia di Perthes, invece, si sa che a entrare in gioco è una combinazione di fattori genetici e ambientali: l’esposizione al fumo può promuovere la sua comparsa a causa della presenza di una particolare variante del gene per il beta fibrinogeno.

I dubbi non si limitano alla classificazione, ma resta da fare chiarezza anche sull’evento iniziale in grado di scatenare la comparsa del problema.

In base alle attuali conoscenze si tratterebbe dell’interruzione del flusso di sangue al centro di ossificazione dell’epifisi e della conseguente degenerazione di quest’ultimo; un processo noto come “necrosi ischemica”.

I fattori che portano a occludere i vasi sanguigni sono di vario tipo: ischemia, fattori genetici o endocrini, attività ossea molto intensa o traumi continui per via di una attività sportiva o lavori particolarmente impegnativi e faticosi, soprattutto per il sesso maschile.

A causa di questo fenomeno le cellule della cartilagine presenti nell’epifisi inizierebbero a proliferare in modo incontrollato; a seconda dell’area colpita potrebbero poi comparire altri problemi secondari, come la frammentazione e il collasso del centro di ossificazione.

Il disturbo può colpire una o più epifisi in contemporanea; il processo alla base sembra essere lo stesso, ma la sindrome può manifestarsi in modo diverso a seconda degli stress cui è stata sottoposta l’epifisi.

Sintomi dell’osteocondrosi

La sintomatologia dell’osteocondrosi varia a seconda dei pazienti; a entrare in gioco sono sia l’osso coinvolto sia lo stadio raggiunto dalla sindrome. In genere, nelle fasi iniziali, si ha a che fare con un dolore localizzato; chi si ritrova alle prese con il morbo di Osgood-Schlatter, per esempio, può provare dolore quando si inginocchia.

Altri segni e sintomi che possono dipendere da una di queste sindromi includono indolenzimento localizzato, difficoltà nel muovere le articolazioni, gonfiore, problemi di deambulazione e, a volte, accumulo di liquidi nelle articolazioni.

L’associazione dei dolori con febbre, malessere generalizzato, perdita di peso, arrossamenti localizzati dovrebbe invece far sospettare problemi diversi da un’osteocondrosi.

Nella maggior parte dei casi, però, le osteocondrosi sono asintomatiche e si finisce dal medico solo quando è già progredita verso fasi avanzate; per questo è importante non sottovalutare dolori osteoarticolari aspecifici di cui possono soffrire bambini e ragazzi durante gli scatti di crescita: i rischi che si corrono includono alterazioni della crescita e deformazioni, che possono per esempio comparire nelle fasi avanzate della malattia di Blount, della sindrome di Scheuermann e della malattia di Legg-Calvé-Perthes.

Quest’ultima può manifestarsi inizialmente con andatura claudicante, ridotta mobilità dell’anca e dolore ad anche, cosce e ginocchia; con il passare degli anni, oltre che alla necrotizzazione e alla deformazione progressiva della testa del femore, si può assistere anche all’allargamento del collo femorale e ad altre deformazioni che possono causare la comparsa precoce di artrosi.

Fra gli esami diagnostici è la radiografia, in genere, a svelare la presenza delle osteocondrosi.

Una risonanza magnetica o una scintigrafia ossea potrebbero permetterne la diagnosi precoce, ma spesso l’assenza di sintomi ne limita l’utilizzo.

Diagnosi per l’osteocondrosi

Importante, come in tutte le patologie, è la diagnosi precoce. Ciò consente di poter intervenire in modo non invasivo e di fermare l’evoluzione delle lesioni ossee.L’analisi della motilità articolare è il primo esame diagnostico possibile: il sospetto nasce se l’angolo di estensione di un’articolazione è ridotto rispetto al normale.L’esame strumentale fondamentale, che mostra a che stadio è giunta l’osteocondrosi, è la risonanza magnetica. Essa mostra l’entità della lesione e permette, quindi, di pianificare una terapia efficace. Ulteriore vantaggio: non è invasiva.Gli altri esami diagnostici sono:

  • Radiografia.
  • Ultrasonometria ossea.
  • Tomografia assiale computerizzata (TAC).

Radiografia. Mostra la formazione del frammento osteocartilagineo e, nei casi più avanzati, i corpi liberi. Si tratta di un esame moderatamente invasivo (comporta l’esposizione a radiazioni ionizzanti).
Ultrasonometria ossea. Fornisce indicazioni utili sullo stato di salute dell’osso. Un riscontro negativo indica che l’osso è a rischio di frammentazione. Non è invasiva.
Tomografia assiale computerizzata. Mostra la grandezza e il sito preciso in cui è avvenuta la frammentazione ossea. Svantaggio: è una tecnica invasiva.

Fisioterapia per l'osteocondrosi

Fisioterapia per l’osteocondrosi: la diagnosi preventiva è fondamentale per agire subito su questa patologia

Terapia per l’osteocondrosi

Lo stadio della lesione è fondamentale per impostare la terapia, essa può essere:

  • Chirurgica
  • Farmacologica
  • Conservativa

La terapia chirurgica è riservata per gli stadi instabili, o per quelli stabili che non hanno beneficiato del trattamento conservativo e consiste in un intervento in artroscopia. Lo scopo è quello di:

  • Recuperare il frammento, qualora non fosse ancora del tutto staccato. Per farlo si praticano delle micro-perforazioni nella porzione interessata, allo scopo di favorire la vascolarizzazione.
  • Eliminare i frammenti distaccati dall’osso sano. Va ricostruita l’estremità ossea interessata e ricostituita la componente cartilaginea, mediante un trapianto di condrociti. I condrociti sono le cellule che producono la cartilagine.

La terapia farmacologica è utile per alleviare la sensazione di dolore spesso si ricorre all’utilizzo di antinfiammatori e antidolorifici. Da sola, infatti, non è sufficiente.
La Prognosi, dipende da diversi fattori, quali:

  • Età del paziente.
  • Causa.
  • Articolazione colpita e grado di lesione al momento della diagnosi.
  • Se si è attuata una terapia conservativa in presenza di un’osteocondrite in stato avanzato.

La terapia conservativa ha maggiore probabilità di successo quando la lesione è stabile e consiste in:

  • Riposo dall’attività fisica/lavorativa (se intensa) per 6-8 settimane.
  • Immobilizzazione con gesso; uso di stampelle (se è colpito un arto inferiore).
  • La terapia conservativa è adottata anche per le forme di osteocondrosi dell’età giovanile. Queste tendono a guarire spontaneamente, ma, talvolta, serve un trattamento terapeutico di supporto.
  • Fisioterapia per l’osteocondrosi

Esercizi utili nella fisioterapia per l’ostecondrosi

Gli esercizi migliori in caso di osteocondrosi dipendono dal tipo di sindrome con cui si ha a che fare:

Nel caso del morbo di Osgood-Schlatter (la forma di osteocondrosi più comune) i programmi di fisioterapia sono mirati a rafforzare il quadricipite e il tendine posteriore del ginocchio; eseguendo esercizi opportuni e aumentando progressivamente il carico è possibile anche riprendere a praticare dello sport. La ripresa dell’attività sportiva deve essere graduale e può essere consigliato l’utilizzo di ortesi sottorotulee.

La guarigione è normalmente completa e, grazie anche alla tenera età dei soggetti colpiti, non residua nessuna limitazione funzionale immediata, né vi è notizia che vi siano postumi a distanza, nemmeno del tipo artrosi precoce.

Bisogna però essere consapevoli che questa patologia potrebbe non risolversi completamente fino a quando le ossa non saranno completamente mature e la piastra di crescita della rotula sarà completamente chiusa.

Nel caso del morbo di Sever, invece, la fisioterapia è mirata a rafforzare il muscolo gastrocnemio e a migliorare la dorsiflessione della caviglia.  Potrebbe essere importante anche modificare le calzature utilizzate, inserendo suole ammortizzanti o plantari ed eventualmente dei rialzi per il tallone, che potrebbero avere effetto a breve termine nella riduzione del dolore e nella gestione delle attività. Un programma di stretching, mobilizzazioni, esercizio terapeutico, training neuromuscolare che ponga l’attenzione sull’arto inferiore e l’applicazione di taping, può aiutare nella gestione della malattia. Un’immobilizzazione breve (da 2 a 3 settimane) con un tutore può essere necessaria per i sintomi più gravi che non rispondono ad altri trattamenti. Non vi sono, comunque, complicanze a lungo termine e la prognosi è eccellente.

In caso di sindrome di Scheuermann è importante ridurre le attività che prevedono flessioni ripetitive e i programmi di fisioterapia devono mirare a ridurre le rigidità e a rafforzare i muscoli addominali e spinali. Il trattamento dei casi lievi e non progressivi può prevedere la riduzione di un eventuale sovrappeso, il riposo in posizione supina su letto rigido e l’astensione da attività fisiche intense. Quando la cifosi è più grave, invece, può essere indicata la stabilizzazione e la correzione chirurgica della deformazione.

Terapie fisiche per osteocondrosi

La fisioterapia per l’osteocondrosi può essere affrontata che con l’utilizzo di terapie fisiche, il trattamento da adottare dipende dalla fase in cui si fa diagnosi:

Se in una fase iniziale si può fare una terapia intensa con magnetoterapia con sedute notturne di almeno 6 ore fino a 10 ore giornaliere.

Si aiuta la guarigione con Tecarterapia e Laserterapia, oltre a tentare di contrastare l’ipotono del quadricipite con esercizi attivi.

Nei casi più gravi si deve procedere con l’intervento chirurgico in artroscopia per riparare la lesione fissandola con delle viti, ed eventualmente togliere il piccolo frammento libero nell’articolazione.

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Dott. Fabio Marino

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